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Dabusti (Irsa), poco interesse giovani frena decollo previdenza complementare

In Italia, la previdenza complementare non riesce a decollare. A confermarlo è Viviana Dabusti, responsabile area previdenza e soluzioni applicative dell’Irsa, Istituto per la ricerca e lo sviluppo delle assicurazioni. “I motivi - spiega a LABITALIA - sono da ricondursi fondamentalmente a tre fattori. Per prima cosa, una poca cultura previdenziale: i lavoratori sono convinti che l’Inps o comunque lo Stato sarà in grado di garantire ancora una pensione paragonabile a quella di coloro che sono già in pensione e cioè il fantomatico 80% dell’ultimo stipendio. Attualmente i lavoratori, soprattutto i giovani, non si rendono conto e non si vogliono interessare alla problematica previdenziale, e quindi a maggior ragione non vogliono sentire parlare di previdenza complementare”.

“Sicuramente - precisa Dabusti - questa situazione si sta negli anni assottigliando, dando sempre piu’ spazio a persone che vogliono capire e che quindi si informano sulla propria situazione previdenziale, sia essa pubblica che complementare. Si pensi, ad esempio, all’aderente medio della previdenza complementare: fino a qualche anno fa la fascia in cui si collocava era tra i 45 e i 49 anni; attualmente, invece, sulla base dei dati Covip, l’aderente medio si colloca nella fascia di età tra i 33 e i 45 anni, con un età media di 42 anni”.

Gli altri due fattori che ostacolano il decollo della previdenza complementare sono il rinvio del problema e la situazione discontinua dei giovani lavoratori. “I lavoratori - osserva - pensano che, essendo un problema che riguarda un futuro lontano, possono tranquillamente rimandare. Ma, se si considera la situazione appunto di coloro che hanno un orizzonte temporale molto lungo, ci rendiamo subito conto che, oltre a essere coloro che necessitano maggiormente di previdenza, sono anche coloro che non hanno la certezza di lavorare domani: sono persone che hanno carriere lavorative molto discontinue e soprattutto hanno situazioni lavorative precarie”.

Viviana Dabusti afferma poi che “i giovani lavoratori non hanno purtroppo una situazione economica e contributiva stabile, quindi per loro risulta difficile pensare a una pensione futura”. “Attualmente - continua - ci sono al vaglio alcune ipotesi di cambiamento previdenziale soprattutto per questa categoria di giovani lavoratori, ma sicuramente non sarà sufficiente una riforma, una modifica del sistema per far sì che la situazione cambi; ci dovrà essere comunque una maggiore responsabilizzazione dei giovani e quindi un cambiamento culturale che li porti a investire (seppur in maniera irrisoria) una somma nella previdenza complementare”.

“L’innalzamento dell’età pensionabile - sostiene la responsabile area previdenza e soluzioni applicative dell’Irsa - è uno dei possibili cambiamenti al nostro sistema previdenziale che sicuramente ci permetterebbero di avvicinarci sempre di più alla realtà degli altri paesi europei: siamo uno dei pochi paesi che ha ancora la distinzione uomo e donna per i requisiti dell’età pensionabile. Mettere in atto questo cambiamento in concomitanza con la situazione attuale di crisi economica - osserva - potrebbe creare comunque delle problematiche sia di natura economica-occupazionale ma anche di natura sociale”.

“Questo cambiamento - ribadisce - è uno di quei passi che il nostro sistema previdenziale italiano dovrà comunque fare, se non oggi sicuramente domani. Attualmente l’età di pensionamento più giovane riguarda solamente il mondo Inps (lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi), mentre le casse professionali (come avvocati, ingegneri e architetti, consulenti del lavoro) non hanno la distinzione tra uomini e donne: la pensione di vecchiaia spetta all’età di 65 anni sia per gli uomini che per le donne. Questa operazione, oltre ad essere un avvicinamento verso il resto d’Europa, è anche un’omogeneizzazione del trattamento pensionistico all’interno del nostro sistema previdenziale”.

Come curatrice del volume ‘Il vademecum della previdenza’, Viviana Dabusti spiega inoltre cosa c’è che non va nel sistema pensionistico italiano. “Il nostro sistema previdenziale, basato sulle due cosiddette gambe, è di recente costruzione: è dal 1993 - ricorda - che si parla di previdenza complementare, mentre di previdenza pubblica se ne parla dai tempi dei tempi. Ci si scontra quindi con problematiche legate appunto alla poca esperienza e al desiderio di apportare cambiamenti. Sicuramente ci sono ancora molte cose da sistemare e da cambiare all’interno del nostro sistema previdenziale, ma che con il tempo e con lo studio delle esperienze degli altri paesi europei potremo riuscire a mettere in piedi un sistema previdenziale coerente con le esigenze e la situazione attuale italiana”.

“Così come auspicato nella relazione della Covip - afferma - la previdenza complementare, soprattutto, deve trovare la giusta dimensione e soprattutto deve identificare le soluzioni, sia di investimento che di contribuzione e di gestione, che meglio si adattino all’attuale situazione economica italiana, ma anche e soprattutto alle esigenze dei lavoratori italiani. Le azioni che si dovranno compiere riguarderanno sia il sistema previdenziale pubblico che quello complementare e, perchè no, magari trovare delle sinergie più dirette ed efficaci tra i due sistemi, che daranno veramente luogo a un sistema previdenziale basato su due gambe”.


07/07/2009
 
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