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Per donne ritiro piu’ tardi ma solo se si tiene conto di lavoro di cura

È possibile spostare in avanti l’età pensionabile delle donne, ma solo se questo si accompagna a una sostanziale riforma del welfare che tenga conto del lavoro di cura. È quanto propongono tre ricercatrici nonchè esperte di lavoro e delle politiche di genere, Anna Maria Ponzellini, Marina Piazza, Anna Soru, in uno studio pubblicato sulla newsletter dell’associazione ‘Nuovi Lavori’. “La proposta del governo di equiparazione dell’età minima della pensione di vecchiaia delle donne, a fronte della sentenza della Corte di Giustizia europea nei confronti della normativa italiana del pubblico impiego, è inaccettabile -si legge nello studio- se non si accompagna a una sostanziale riforma del welfare che tenga conto del lavoro di cura”. “La possibilità di anticipazione -dicono ancora le tre studiose- infatti costituisce attualmente proprio una sorta di risarcimento, per quanto generico e generalizzato, del ruolo di cura ricoperto dalle donne nella società”.

“Ma difendere la situazione attuale, come molti in entrambi gli schieramenti politici stanno facendo, sembra piuttosto un alibi -avvertono le esperte- per lasciare le cose come stanno: lavorare con pochissimi aiuti fintanto che si hanno i bambini piccoli e smettere di lavorare abbastanza presto per potersi occupare degli anziani o per fare le nonne, surrogando le notevoli carenze dei nostri servizi all’infanzia e non solo”. Per questo, le tre ricercatrici hanno avanzato una proposta che si basa proprio sull’indispensabilità del riconoscimento della cura, considerata un’attività umana irrinunciabile e base di una etica della cittadinanza.

La proposta, che si inserisce in un percorso più ampio di riforma, prevede, da un lato, lo spostamento graduale di un paio d’anni dell’età minima per il pensionamento femminile, all’interno di una manovra di re-introduzione del pensionamento flessibile per tutti (contemplato anche dalla proposta Cazzola) e, dall’altro, il riequilibrio del sistema di welfare tra produzione e riproduzione, che stabilisca cioè che i diritti sociali possano derivare oltre che dal lavoro retribuito anche dal lavoro di cura.

“L’innalzamento progressivo di due anni -dicono Ponzellini, Piazza e Soru- è opportuno, oltre che, probabilmente, per il fatto che non ci sono alternative alle pressioni che ci vengono dall’Europa, anche perchè, senza negare il beneficio di una più bassa età di pensionamento, bisogna considerare che già ora in molti casi (e in tutti, dal momento in cui entrerà in vigore il regime contributivo totale) il pensionamento a 60 anni è svantaggioso perchè significa di doversi accontentare di importi più bassi. A maggior ragione se si calcola che le donne hanno spesso alle spalle percorsi lavorativi più discontinui di quelli dei maschi, proprio per il loro impegno nel lavoro di cura, in particolare per la maternità”.

Per quanto riguarda il riconoscimento del lavoro di cura e quindi della figura del ‘caregiver universale’ (senza distinzione tra donne e uomini), le autrici chiariscono che “deve avere insieme un valore simbolico (rendere finalmente visibile il lavoro di cura e il suo valore per la società) e un valore monetario (stabilire una remunerazione, se non diretta almeno in termini di crediti ai fini previdenziali per le attivita’ di cura)”.

La soluzione per il riconoscimento del lavoro di cura sta in “supporti per i caregivers non generici, ne’ troppo complicati”. Si tratterebbe di “riconoscere e remunerare (direttamente e/o indirettamente) il lavoro di cura, non fare distinzioni tra caregivers maschi e femmine (tranne naturalmente per la maternità), favorire la condivisione della cura tra genitori, favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e scoraggiarne l’abbandono, sostenere la maternità e la paternità dei giovani, rendendo più facile la scelta i fare figli (anche nel precariato e nella disoccupazione) contro all’attuale tendenza delle giovani coppie a rimandare, allargare le possibilità di scelta nelle opzioni di cura (diretta, servizi pubblici, mercato) per genitori e caregivers, percorrere strade sostenibili per la finanza pubblica”.

Per le donne, inoltre, va assicurata un’indennità di maternità a tutte, indipendentemente dal fatto che lavorino per il mercato o no, per le cinque mensilità già previste per le lavoratrici dipendenti, di importo pari al 150% dell’attuale pensione sociale indicizzabile e utile ai fine pensionistici. L’indennità potrebbe essere a carico della fiscalità generale, mentre la corrispondente contribuzione figurativa andrebbe a carico dell’Inps, calcolandola, prima della pensione, sulla base della media del reddito dei 5 anni migliori della carriera lavorativa.

“Una seria indennizzazione della maternità -concludono le autrici- può rendere più facile portare a termine il progetto di maternita’ per quelle donne che attualmente sentono troppo rischiosa la loro situazione di disoccupate, precarie o percettrici di redditi bassi e discontinui”.


30/06/2009
 
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