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Donne giornaliste, tra lavoro e cambiamento
Lavoro e denaro, ma anche figli e passioni private. Le donne sono la rivoluzione inevitabile del nuovo secolo, la forza sociale e culturale con cui il mondo dovrà gestire un’epoca di grande e tumultuosa evoluzione. Le giornaliste vivono questo passaggio epocale nella scomoda posizione di osservatrici e protagoniste, di soggetti attivi nel raccontare il cambiamento e di strumenti passivi nel subire meccanismi tuttora schiaccianti. Questi gli spunti emersi dall’indagine sul lavoro delle donne nel mondo dell’informazione marchigiano condotta dal Sigim (Sindacato giornalisti marchigiani), presentata nella Sala Pagoda del consiglio regionale delle Marche alla presenza dell’assessore regionale alle Pari Opportunità, Stefania Benatti, e della presidente nazionale della Cpo-Fnsi, Lucia Visca. Dalla ricerca è anche emerso che le giornaliste sono un terzo della forza lavoro e si apprestano a diventare la metà dei nuovi ingressi nella professione, ma faticano ancora a raggiungere i vertici della carriera e a proporre le proprie logiche nell’ambiente lavorativo; guadagnano meno dei colleghi uomini e devono sobbarcarsi quasi completamente il carico di casa e figli. Il giornalismo per loro è passione e fatica, vissute con un pizzico di disillusione e la consapevolezza che la crisi economica è un freno stringente alle loro aspettative di crescita professionale.
Al questionario formulato dalle delegate Sigim alla Commissione Po nazionale, Chiara Paolin e Simona Spagnoli, ha aderito l’80% delle iscritte al sindacato. La maggioranza delle risposte (70% del campione) arriva da colleghe di età compresa tra i 30 e i 50 anni (38% tra i 40 e i 50 anni), e che quindi ha già maturato una certa esperienza nella professione. La lunga gavetta non sembra tuttavia una garanzia per raggiungere la sospirata stabilità lavorativa. Solo il 47% ha in tasca un’assunzione in una redazione o in un ufficio stampa, e sono pochissimi i ruoli direttivi. Le giornaliste si sono emancipate nel lavoro, ma in genere guadagnano meno degli uomini. Hanno ruoli di minore responsabilità, fanno meno straordinari e notturni. Soprattutto, sono ancora impacciate nell’affrontare l’argomento denaro, eppure hanno la netta sensazione di meritare di più.
Il campione dimostra che appena 3 colleghe possono contare su uno stipendio superiore ai 3mila euro, mentre solo 5 guadagnano più di 2mila euro, addirittura il 36% ammette di stare sotto la soglia dei 1000 euro mensili, e non si tratta necessariamente delle più giovani. Per una giornalista, insomma, è indispensabile organizzare bene la propria amministrazione, e poter magari contare sul reddito stabile di un marito-compagno se insieme si ha intenzione di mettere su casa o una famiglia. Ciò nonostante appena 25 delle 56 intervistate sono mamme, pur potendo contare sull’appoggio di un marito (23), di un convivente (11) o di un ex (2) o di un fidanzato (4) per allevare i figli. Insomma, ancora pare “impossibile essere madri e giornaliste” in serenità.
La realizzazione personale si paga spesso in termini di stress: non è un caso che solo il 25% si senta davvero aiutata a portare avanti il carico familiare e affermi che il peso sia in gran parte sulle proprie spalle (36%). Pochi aiuti dal partner, zero dall’azienda per cui si lavora. Perché tutto ciò che ruota intorno alla famiglia è considerato un tabù in un ambiente lontano dal valorizzare le differenze: la figura di riferimento che persiste nelle redazioni sembra essere ancora quella del giornalista “cinico e fanatico del lavoro” libero da legami familiari. Eppure, il 72% ama il proprio lavoro (ma solo il 15% ne è decisamente soddisfatta), il 40% è pronta a mettersi in gioco in un ruolo di vertice, cambierebbe anche città o nazione per fare il “salto di qualità” che non arriva e non arriverà a breve: infatti il 67% delle intervistate con molto realismo esclude una promozione nei prossimi tre anni.
Pregiudizi espliciti verso le donne? Per il 57,5% non esistono in termini palesi e conclamati, tutt’al più si avvertono nei momenti importanti, quando ci sono da prendere le decisioni forti e da affidare i servizi che contano davvero (20%). Svantaggi di fronte agli uomini? I capi puntano soprattutto sui maschi (42%) e pochissimo sulle donne (6%) nella distribuzione di incarichi e riconoscimenti. La percentuale di fiducia verso l’universo femminile non migliora (50%), nei pochi casi in cui a comandare è una donna. La solidarietà femminile, se esiste, non è qui.
Ma di cosa hanno bisogno oggi le donne giornaliste? Innanzitutto, di essere riconosciute nel proprio ruolo professionale, puntando su una promozione o una stabilizzazione del lavoro precario (43%), sul miglioramento del proprio stipendio (27,5%), su più tempo libero da dedicare a sé stesse o alla famiglia (20%). Colpisce il fatto che questo sia l’ordine di preferenza: svolgere meglio il proprio lavoro e guadagnare di più, per essere libere di gestire anche i tempi e i servizi per la famiglia.
Le intervistate, insomma, manifestano una volontà piuttosto esplicita di avere un ruolo attivo e centrale nel mondo dell’informazione, anche a fronte di una severa incertezza sul futuro. Dicono: “Io ci credo ancora, nonostante tutto, e vorrei avere più opportunità per dimostrare quanto valgo. E se sono moglie o mamma, ho più cose da offrire al mio mondo professionale. E se voi siete padri o mariti, fate la vostra parte per costruire un sistema capace di contenere anziché escludere, approfondire anziché sottovalutare. Saremo tutti giornalisti più capaci di recepire e ritrasmettere la realtà, nella sua infinita complessità contemporanea”.
17/03/2009
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