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Inca-Cgil, 50 casi malattie professionali in calzaturiero di Fermo

Almeno 50 casi di patologie di sospetta origine lavorativa nel distretto calzaturiero di Fermo. E' quanto emerge da un’indagine condotta dal Patronato Inca Cgil, in collaborazione con il sindacato di categoria Filtea-Cgil nazionale e di Fermo, e che sarà presentata domani 3 luglio a Fermo, durante il convegno ‘Non calpestate il Made in italy’, incentrato sulle malattie professionali nel calzaturiero della provincia marchigiana, e a cui parteciperanno sindacalisti e medici. Lo studio, il primo nel settore che fa parte di un progetto di ricerca che comprende anche le realtà industriali di Melfi e di Napoli, si basa su un campione di circa 400 questionari, distribuiti tra i lavoratori dei siti industriali del distretto di Fermo, per lo più dipendenti di aziende artigianali di piccole e medie dimensioni, oltre che della grande industria. In circa il 10% dei casi, il lavoro è svolto a domicilio con macchine di proprietà delle stesse operaie.

Il questionario ha puntato ad indagare le possibili patologie o disturbi che le lavoratrici e i lavoratori potevano ricondurre all’attività lavorativa. E, sui primi 300 questionari già esaminati, ne sono stati selezionati più di un terzo (120) perchè presentavano un quadro descrittivo che deponeva per una ragionevole o elevata probabilità di malattia professionale. I disturbi lamentati riguardano prevalentemente il sistema polso-mano, spalla e rachide lombosacrale. E per circa 50 lavoratrici e lavoratori, sottoposti ad accertamenti medico-legali, sono state segnalate all’nail sospette patologie di origine professionale. A vedere i risultati dell’indagine, secondo l’Inca, “si potrebbe dire che l’attività di prevenzione nel distretto del Fermano sia totalmente fallita”. Per il patronato, si registra un’elevata incidenza di malattie strettamente correlate al lavoro, che presentano un alto grado di prevedibilità e sarebbero per lo più eludibili dalla semplice applicazione di banali norme di prevenzione.

E dallo studio, ribadisce l'Inca, emerge anche l’inefficacia del meccanismo di tutela previsto dalla legge, visto che prima del progetto nessuno aveva pensato di denunciare anche solo una malattia professionale in molte delle aziende del distretto. A inquietare ancora di più il Patronato il fatto che la gran parte dei lavoratori visitati, e per i quali è stata inoltrata la denuncia di malattia professionale tabellata, è stata curata per le stesse malattie in strutture pubbliche, da sanitari che evidentemente hanno ignorato totalmente l’obbligo di denuncia e segnalazione loro attribuito dalla legge. I risultati dell’indagine, anche se circoscritti, secondo l’Inca, suggeriscono di “attivare un’attenzione particolare sui temi della sicurezza e della prevenzione che troppo spesso non sono indagati come dovrebbero, e far emergere il fenomeno delle malattie professionali che nel nostro paese è fortemente sottostimato”.

E per le malattie professionali, rimarca l’Inca, nel nostro paese, assistiamo da alcuni anni, ormai, a una diminuzione considerevole delle denunce, in assoluta controtendenza rispetto a quanto avviene nel resto d'Europa. Basti pensare, sottolinea il Patronato della Cgil, “che in Francia nel 2007 sono stati riconosciuti ben 34.267 casi per le sole patologie muscoloscheletriche (patologie del rachide, vibrazioni, tunnel carpale, ecc.), mentre all'Inail pervengono mediamente 24.000 denunce l’anno (tutte le patologie) e ne vengono riconosciute circa 5.000”. Dati che, secondo l’Inca, alimentano “il sospetto, per non dire la certezza, che la diminuzione delle denunce e dei riconoscimenti delle malattie da lavoro abbia anche altre motivazioni che si chiamano, ad esempio, ricatto lavorativo, paura di licenziamento, sfiducia nelle istituzioni (servizi di prevenzione, sanità pubblica, Inail, ecc.)”.


02/07/2009
 
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