|
Inca-Fillea Cgil, dopo infortuni difficoltà per cure e reinserimento
“Dopo l’infortunio, resti solo un numero. La cosa più brutta è che ti abbandonano tutti...”. Questa una delle testimonianze di lavoratori vittime di infortuni sul lavoro nel settore edile, raccolte nella ricerca ‘Il lavoro offeso. Il difficile percorso per il riconoscimento dei diritti delle vittime del lavoro nelle costruzioni’, presentata oggi durante il convegno ‘Il lavoro offeso. Infortuni sul lavoro cosa accade dopo’, tenutosi presso la sede nazionale della Cgil a Roma. L’indagine, realizzata dai ricercatori dell’Ires Emanuele Galossi e Daniele Di Nunzio, con il sostegno del patronato Inca e del sindacato di categoria Fillea Cgil, è la prima in Italia sul tema del post-infortunio e quindi sulle conseguenze fisiche e psicologiche del fenomeno. Conseguenze che spesso il lavoratore e la sua famiglia, secondo la ricerca, devono affrontare da soli. Infatti, sulla base dei dati quantitativi e qualitativi raccolti, i lavoratori sono spesso costretti a provvedere alla propria guarigione da soli, facendo fronte a spese notevoli, per via dello scarso apporto offerto dal sistema sanitario. E i problemi continuano nel reinserimento al lavoro, sia perché le imprese spesso si disinteressano dei lavoratori sia perché le istituzioni non offrono il necessario supporto per la formazione e per la ricerca del lavoro.
L’indagine è stata realizzata utilizzando i dati forniti dall’Inail sugli infortuni e sugli indennizzi e quelli dell’Istat sulle forze lavoro, combinandoli con 45 interviste in profondità effettuate a lavoratori e familiari di lavoratori infortunati in diversi contesti territoriali (in particolare nelle città di Roma, Napoli, Milano, Firenze, e nelle province di Palermo, Catania e Verona). Dalle interviste emerge che l’infortunio è la ‘spia’ che segnala l’esistenza di problemi nell’insieme del contesto di lavoro e nella gestione della sicurezza. La sicurezza di un lavoratore, infatti, non è data semplicemente dal suo comportamento, ma è il frutto di un insieme di rapporti (con gli altri lavoratori, con la propria azienda, con le altre aziende) e di un insieme di pratiche di lavoro.
Le cause principali degli infortuni, che emergono con maggiore chiarezza dai lavoratori intervistati, sono la mancata osservanza della normativa da parte dell’azienda, la scarsa formazione, la frammentazione del processo di lavoro, l’organizzazione del lavoro, gli errori attribuibili al singolo lavoratore, spesso determinati da critiche condizioni di lavoro. Molto raramente, infine, sono riconducibili a cause totalmente esterne al luogo di lavoro. Emerge inoltre dall’indagine la scarsa presenza delle istituzioni, locali e governative, nelle politiche di sostegno finanziario e psicologico del lavoratore. La stessa possibilità di poter essere reintegrati al lavoro, magari accedendo alle cosiddette ‘quote di riserva’ per i lavoratori invalidi, non è sufficientemente sostenuta dalle strutture d’inserimento al mercato dell’occupazione. Per quanto riguarda in particolare il reinserimento al lavoro nel caso di infortuni invalidanti, emerge che le possibilità sono pochissime e che, in questa fase, il lavoratore procede soprattutto attraverso conoscenze personali. E’ orientato, infatti, a rientrare nel settore edile soprattutto se sono molti anni che lavora nel comparto e se ha maturato una buona esperienza e professionalità, perché ritiene comunque più facile rientrare nel mercato del lavoro sfruttando le proprie reti informali. Nelle pratiche di reinserimento, il supporto fornito dalle istituzioni, secondo i lavoratori intervistati, è sostanzialmente assente e le imprese tendono a emarginare il lavoratore infortunato fino ad arrivare al licenziamento. Le richieste dei lavoratori, quindi, vanno dal miglioramento del sistema di collocamento per gli invalidi, all’attivazione di percorsi formativi mirati a individuare le nuove professionalità che il lavoratore è in grado di svolgere.
Oltre alle conseguenze fisiche ed economiche, un altro aspetto che è emerso dalla ricerca riguarda le gravi conseguenze psicologiche per i lavoratori che subiscono un infortunio, così come per i familiari delle vittime di infortuni mortali o molto gravi. In questo senso, secondo gli autori della ricerca, sarebbe utile attivare pratiche di sostegno e supporto per la tutela della salute psicologica, cosi’ come l’Inail ‘’dovrebbe dare maggiore rilevanza a questo aspetto - si legge nella ricerca - nella definizione dell’infortunio, considerando anche le conseguenze per la salute mentale nel determinare il grado dell’invalidità”.
Per quanto riguarda la ‘definizione’ dell’infortunio, stando ai dati del 2007 dell’Inail riportati nella ricerca (relativi al 30 giugno 2007, per tutti i settori), un lavoratore su cinque ha dovuto aprire un contenzioso con l’Inail per vedere riconosciuti i propri diritti. Infatti, secondo i dati, nel 2007 le rendite costituite in via ordinaria rappresentano il 79,15% del totale, quelle costituite a seguito di visita collegiale il 10,03%, quelle costituite a seguito di giudizio il 10,82%. Un iter che comporta un costo anche per l’Inail, visto che chi perde la causa davanti all’autorità giudiziaria è tenuto a pagare sia i medici sia le spese legali. Secondo la ricerca, questo utilizzo della pratica ‘conflittuale-ricorsiva’ crea numerose difficoltà ai lavoratori e viola il loro diritto ad avere una giusta valutazione e definizione dei danni per la salute derivati da un infortunio o da una malattia. Infatti, anche se è vero che per la definizione delle pratiche i tempi medi sono in diminuzione, con 26 giorni di media nel 2007, ancora un caso su cinque (il 20%) è trattato oltre i termini previsti. Inoltre, analizzando i dati Inail, emerge, ad esempio, che per i casi denunciati nel 2004, ben 13.332 hanno impiegato da un minimo di quattro mesi a un massimo di un anno e quattro mesi per ottenere un indennizzo; per 3.641 casi il tempo d’attesa è andato da almeno un anno a un anno e quattro mesi; 2.528 lavoratori hanno ricevuto l’indennizzo in un periodo compreso tra un anno e quattro mesi a due anni e quattro mesi; in 536 casi l’Inail lo ha concesso in un periodo tra i due anni e quattro mesi e i due anni e dieci mesi. Per quanto riguarda gli infortuni mortali, dai dati Inail emerge che 66 casi su 1.137 denunciati nel 2004 sono stati definiti tra un minimo di quattro mesi e un massimo di un anno e quattro mesi dall’avvenimento. Nel 2005, invece, ben 89 infortuni mortali su 1.122 hanno impiegato tra un minimo di quattro mesi e un massimo di un anno e quattro mesi; inoltre 14 infortuni mortali hanno impiegato piu’ di un anno e mezzo.
Oltre al problema dei tempi d’indennizzo, il lavoratore infortunato, secondo i risultati della ricerca, affronta problemi di ordine economico piu’ ‘strutturali’. L’ammontare dell’indennizzo, infatti, secondo l’indagine, è generalmente insufficiente perché gli stipendi degli edili sono molto bassi e perché l’elevata presenza di lavoro irregolare nel comparto riduce l’ammontare registrato nelle buste paga. Inoltre, gli indennizzi per danno biologico sono rapportati al grado di invalidità e questo a volte è sottovalutato, senza contare che l’infortunio comporta l’assenza dal lavoro (oppure la perdita del lavoro stesso) e che, mentre in altre professioni consentirebbe di lavorare, nel settore edile determina la fuoriuscita dal mercato. La ricerca, per migliorare le attività d’informazione e di supporto per il lavoratore, propone di definire un migliore modello organizzativo, con una campagna d’informazione e formazione che coinvolga tutti gli addetti ai lavori del sistema di gestione della salute e sicurezza. In conclusione, secondo gli autori della ricerca, “le istituzioni sembrano incapaci di supportare un reale processo di ri-affermazione individuale e di ricostruzione dell’identità per chi subisce un infortunio sul lavoro”. “Il lavoratore - si sottolinea - dovrebbe percepire la propria condizione d’infortunato come un ‘ruolo’ pienamente riconosciuto dalla societa’ e non avulso ad essa, un ruolo che imponga dei doveri ma che dia anche accesso a tutti i diritti necessari perchè sia realmente garantita la possibilità di tutelare la propria persona e di partecipare alla vita collettiva”.
Visualizza il video sul portale del Gruppo Gmc-Adnkronos
24/06/2009
|
|