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Clochard in cerca di servizi pubblici e non solo di cibo e rifugio

Non solo clochard abbandonati ai margini dei marciapiedi impegnati a elemosinare, oppure seduti nelle sale di aspetto delle stazioni mentre cercano di dormire al riparo dal freddo. I senza fissa dimora sembrerebbero più ‘esigenti’: oltre a chiedere cibo e un rifugio notturno, infatti, pare si mostrino interessati anche all’utilizzo di mezzi pubblici per spostarsi all’interno della città e addirittura all’accesso alle biblioteche per fruire dei loro servizi. E’ questa l’immagine, lontana dagli stereotipi più diffusi, che emerge degli ‘homeless’ da una ricerca promossa dal ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali e presentata in occasione della seconda delle 'Giornate della ricerca sociale', dedicata alle povertà estreme. Cinque giorni di dibattiti organizzati a Roma dalla direzione generale per l'Inclusione, i diritti sociali e la Csr (responsabilità sociale d'impresa) del ministero, guidata da Raffaele Tangorra.

La ricerca è frutto di cinque indagini commissionate dal ministero del Lavoro ad altrettanti gruppi di ricerca, per lo studio delle condizioni di vita delle persone senza dimora in grandi città italiane: Bari, Bologna, Genova, Milano e Roma. “L’esigenza di questa iniziativa del governo - si legge nello studio - nasce dal fatto che la ‘questione homelessness’, all’interno delle scienze sociali, tra gli specialisti e gli operatori del settore, continua a ruotare attorno alla difficoltà di individuare una definizione del senza dimora che sia utile a predisporre un adeguato sistema di interventi per le numerose tipologie di individui che possono essere collocati in questa categoria”.

L’immagine dell’‘homeless’, infatti, pare costruirsi, da un lato, in relazione alla mancanza di una situazione abitativa adeguata e, dall’altro, attorno al processo sociale, costellato di ‘eventi critici’ che lo ha condotto in una situazione di marginalità. La questione di fondo, dunque, sembra essere quella di stabilire - spiega la ricerca - se il problema principale dei senza dimora sia la mancanza di un’abitazione o se questa, a sua volta, non sia che l’effetto visibile dei suoi insuccessi sociali e della sua fragilità interiore.

Per svincolare, almeno parzialmente, gli homeless dal ‘discorso della mancanza’ che li definisce esclusivamente in termini di privazione e tentare di individuare i tratti che li caratterizzano, invece, come soggetti autonomi, occorre concentrarsi - si sottolinea - su alcuni elementi emersi nel corso del lavoro dei cinque gruppi di ricerca. Questi, pur muovendosi in contesti territoriali differenti (Bari, Bologna, Genova, Milano e Roma), hanno messo a fuoco, in maniera particolarmente significativa, il rapporto degli homeless con la città e la loro interazione con quegli attori istituzionali con cui più frequentemente hanno a che fare: servizi sociali comunali, organizzazioni del privato sociale, gruppi di volontariato.

Infatti, il rapporto dei senza fissa dimora con la città è spesso rappresentato in termini di pura passività, in cui gli ‘homeless’ sono ridotti alla dimensione biologica della lotta per la sopravvivenza e chiusi all’interno dello spazio dei loro ‘bisogni primari’. In realtà, dalle numerose interviste raccolte in questo percorso di ricerca, la situazione appare molto più complessa: “Il rapporto degli ‘homeless’ con gli spazi urbani e con l’offerta cittadina di servizi, nonostante le difficoltà oggettive in cui molti sono costretti a muoversi, sembra essere caratterizzato - avverte lo studio - da un utilizzo competente e strategico delle limitate risorse accessibili. E, soprattutto, pare delinearsi una domanda di beni che va ben oltre lo schema semplificato della ricerca di cibo e di rifugio notturno”.

Davanti a queste richieste, che si collocano al di fuori della definizione per difetto degli ‘homeless’, però, gli operatori sociali e i servizi sembrano talvolta essere in difficoltà e agire in modo poco flessibile. “Le regole delle strutture rischiano infatti di determinare un loro utilizzo rigido -sostiene lo studio - che mal si concilia con l’effettivo perseguimento dell’indipendenza degli utenti, imponendo una griglia di intervento che rischia di soffocare la capacità di avvalersi in modo autonomo e creativo delle poche risorse disponibili. Il pericolo allora è quello che si produca come effetto, involontario ma non per questo meno reale, la gestione della vita dei soggetti assistiti secondo i principi di un’economia di semplice sussistenza, da cui non potranno mai emanciparsi”.

Questa situazione, inoltre, sembra essere aggravata anche dal fatto che la gestione della ‘homelessness’ nei singoli comuni, si avverte, “è estremamente idiosincratica e non regolata secondo criteri di efficacia univoci e imposti a livello nazionale”. “Inoltre, almeno in alcuni casi, le attività del privato sociale e quelle dei servizi sociali - conclude - sembrano definite da principi operativi distinti e conflittuali, producendo sovrapposizioni e incompatibilità tra le diverse forme di intervento, che vanno solo a danno degli utenti”.


24/06/2009
 
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