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Con nuovo modello contratti 1.352 euro annui in meno per lavoratori
Con il nuovo modello contrattuale, negli ultimi quattro anni i lavoratori italiani avrebbero perso una media annua di 1.352 euro. A simulare gli effetti dell’applicazione della riforma definita nell’accordo del 15 aprile tra Confindustria e organizzazioni datoriali, e da Cisl, Uil e Ugl, non firmato dalla Cgil, è il ‘Rapporto sui diritti globali 2009’, curato da 'Associazione Società Informazione' per le edizioni Ediesse, presentato a Roma presso la sede della Cgil nazionale. Un progetto di Cgil, Arci, ActionAid, Antigone, Cnca, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente.
Dunque, con il nuovo modello contrattuale, il divario salariale è destinato ad aumentare, denuncia lo studio, comportando un’ulteriore e significativa perdita per i dipendenti. Elaborando dati della Banca d’Italia, l’Ires-Cgil ha calcolato che, nel periodo 2002-2008, il potere d’acquisto dei redditi netti reali delle famiglie operaie ha visto una perdita di 1.599 euro, quello con capofamiglia un impiegato ha conosciuto un arretramento di 1.681 euro, mentre quello di imprenditori e professionisti ha riscontrato un guadagno di 9.143 euro.
Sono i salari, quindi, secondo il ‘Rapporto sui diritti globali’, il vero nodo di fondo in questo scenario di crisi economica internazionale: già ora circa 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti mensili; tra essi 6,9 milioni ne percepiscono meno di 1.000, cui si aggiungono i 7,5 milioni di pensionati che incassano pure meno di 1.000 euro mensili. E si estende sempre più l’area dei ‘working poors’: gli occupati sono l’8,6% dei poveri (ma al Sud sono il 18,5%), per i lavoratori dipendenti operai la percentuale è del 13,9% (27,1% al Sud), mentre gli autonomi poveri sono il 6,3% (13,8% al Sud) e il 3,7% (8,8% nel Mezzogiorno) persino tra i liberi professionisti.
Ancora più grave la situazione - avverte lo studio - se per misurare la povertà si utilizza l’indicatore comunitario europeo: i lavoratori poveri in Italia salgono al 10%, a fronte di una media dell’8% nella Ue a 25 Paesi e del 7% nella Ue a 15. Se poi si considerano, oltre ai lavoratori con contratto a tempo indeterminato, quelli con contratti ‘atipici’, l’indice italiano di povertà sale addirittura al 20%, un livello pressoché unico in Europa.
Stessa cosa - insufficienza dei salari e iniqua distribuzione dei redditi - si evince anche guardando altri dati. Ad esempio, osserva lo studio, quelli che ci dicono che tra il 1993 e il 2008, su 14,3 punti di maggiore produttività, solo 3,8 sono andati ai lavoratori; nello stesso periodo, attraverso ‘fiscal drag’ e aumento delle entrate per lo Stato, ogni lavoratore ha pagato 6.738 euro in più di tasse. Tra il 1995 e il 2006, i profitti netti sono cresciuti del 75%, a fronte di un aumento dei salari nelle grandi imprese del 5,5%. Non solo. Stando ai dati OD&M Consulting, nel 2008 le retribuzioni dei dirigenti sono salite del 2,1%, quelle degli impiegati dell’1,3%, quelle degli operai dello 0,7%, a fronte di un’inflazione aumentata del 3,3%.
E, ancora, citando numeri della Banca dei regolamenti internazionali, si ricorda che in Italia i profitti nel 1983 rappresentavano il 23% del Pil, mentre il lavoro era attestato al 76%. Ma 23 anni dopo la voce profitti era cresciuta di otto punti percentuali, arrivando al 31%, mentre il lavoro ne aveva persi altrettanti, essendo sceso al 68%. L’8% del Pil corrisponde a circa 120 miliardi di euro. Senza questo “netto travaso” a favore dei profitti e delle imprese - rimarca il rapporto - i 17 milioni di lavoratori dipendenti avrebbero una busta paga più pesante di 7.000 euro all’anno, oltre 500 euro al mese.
“Insomma, anziché rafforzare il potere d’acquisto e la possibilità di consumo dei milioni di lavoratori, vera strada maestra per contrastare la recessione, la si continua a comprimere, particolarmente in Italia, con una pervicacia miope e suicida”, afferma Sergio Segio, direttore di 'Associazione Società Informazione' e curatore del rapporto. “Una delle soluzioni più semplici, ma anche più efficaci e più eque, dunque, sarebbe quella -spiega- di rispolverare l’antica proposta: piu’ salario, meno orario; meno lavoro, più reddito. In sostanza, si tratta di redistribuire la ricchezza secondo parametri di maggiore giustizia sociale ma anche di necessità, se si vogliono rilanciare i consumi. E non si tratta di una battaglia particolarmente rivoluzionaria, dato che esortazioni in tal senso sono spesso venute, ad esempio, dalla Chiesa e dai suoi pontefici. Ma, come si suol dire, su questa materia, evidentemente - conclude - e a differenza dei temi bioetici, non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire”.
29/05/2009
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